venerdì 18 maggio 2018

Mr. Ciak: Tuo, Simon (2018, Greg Berlanti)


Non so chi sei ma io sono qui: il titolo di un romanzo young adult letto lo scorso autunno e, con amara sorpresa, da me poco apprezzato. La concezione di amore telematico, sincero perché anonimo, con l'avvento dei social. Le maglie della rete non come pericolo generico, questa volta, ma come protezione: il picchiettare sui tasti che conforta, di notte, le anime solitarie. 
Se il film, visto in anteprima a una proiezione gratuita lo scorso lunedì, è stato un inaspettato successo di pubblico in patria, probabilmente la storia la conoscerai già: Simon, diciassette anni, ha un amico di penna e un segreto. Omosessuale non dichiarato, di questo amico si è innamorato tra un messaggio e l'altro: in un'esistenza altrimenti tranquilla, da manuale, ci sarebbe spazio per il ragazzo che in calce si firma Blue? Mamma Jennifer Garner e papà Josh Duhamel, abbastanza liberali da guardare The Affair in compagnia dei figli e da scherzare su argomenti protetti altrove dal politicamente corretto, non giudicherebbero; per i migliori amici – nel gruppo anche Katherine Langford, attesa al varco per la seconda stagione di Tredici – resterebbe l'adolescente spigliato e intelligente di sempre. Ma Simon Spier, ormai un mistero anche per sé stesso a furia di mentire, chi è davvero? Mentre la scuola è presa dalle prove di una versione amatoriale di Cabaret, qualcuno minaccia di sbugiardarlo. 
Al cinema si mantengono gli stessi protagonisti, lo stesso intreccio un po' giallo e un po' arcobaleno, ma per fortuna si cambiano titolo e tempi. Tuo, Simon arriva in sala per sfatare i luoghi comuni (ad esempio: chi dice che il romanzo è sempre meglio della trasposizione?), e si porta dietro una sceneggiatura dagli equilibri invidiabili e il lanciato Nick Robinson per protagonista – anche lui, come la commedia che lo consacra definitivamente novello teen idol, è di una naturalezza disarmante. In un altro film sarebbe stato forse la spalla comica, il comprimario inservibile: infatti non sa cantare, indossa felponi poco appariscenti, ha una famiglia esemplare e non eccede mai con colpi di testa o di cuore. Qui guadagna il centro della scena suo malgrado. E diventa grande, più sé stesso di quanto prima non fosse, facendo capolino dal proverbiale guardaroba. Ma lo sbalzo termico fa sempre paura, e il giudizio degli altri purtroppo conta. Così Simon rischia di farsi pensieroso, egoista, manipolatore per legittima difesa. Cerca disperatamente Blue nel pianista dello spettacolo scolastico, nelle attenzioni di un cameriere gentile, nel complicità di un coetaneo che gli ha aperto casa ad Halloween. E prende sottogamba l'amica innamorata del ragazzo sbagliato; l'ultima arrivata in città, bella e spensierata solo in superficie; il cyberbullo bisognoso di considerazione. Lo aiuta a vedere meglio, a mettere a fuoco ciò che conta davvero, la saggia direzione del convenzionale ma sensibile Greg Berlanti (un paio di trovate divertentissime tocca proprio riconoscergliele: la sequenza in cui tutti i personaggi, gay e non, fanno outing in famiglia; l'immaginario flashforward a tinte musical). Si parla di identità, non soltanto sessuale. Si parla a un pubblico trasversale, senza impastoiarsi mai nei drammi del cinema LGBT né togliere immediatezza alla problematicità dei diciassette anni. Non c'è un finale che preveda morte e solitudine, tirate un sospiro di sollievo: l'adolescenza è una montagna russa, ma se lasci un posto libero qualche coraggioso verrà a sedertisi accanto. Non c'è l'elitarismo di Guadagnino, lo struggimento di Lee, la denuncia sociale di Jenkins. 
Tuo, Simon non fa due pesi, due misure. Raccontato, nel bene e nel male, come fosse una storia qualunque: di quelle che ti fanno uscire dalla sala sorridente e toccato. Sulla semplicità di essere strani. Sul diritto sacrosanto di meritarsi un amore su misura, alla luce del sole. Su una libertà che fa tendenza. (7)

mercoledì 16 maggio 2018

Recensione in anteprima: Lonely Betty, di Joseph Incardona

| Lonely Betty, di Joseph Incardona. NN Editore, € 12, pp. 110 |

Il Santo Natale dovrebbe sempre portare la neve. La neve dovrebbe sempre portare il mistero. Il mistero dovrebbe sempre la verità. Si parte in questo preciso ordine: una tormenta che sotto le feste fa scendere le temperature sotto zero, il crimine irrisolto di una triplice sparizione attraverso il punto di vista di una testimone eccezionale, il desiderio quasi incidentale di dare giustizia alle piccole e innocenti vittime che furono. Chi ha ucciso i fratelli Harrys? Dopo la frenesia delle indagini iniziali, la domanda a proposito del loro destino ha perso d'urgenza, di importanza, finché un giorno come un altro non ha semplicemente smesso di riecheggiare. Nella centrale della polizia; tra le strade battute della Contea di Durham, Maine. Qualcosa cambia in occasione del centesimo compleanno di Betty Holmes, chiusa in una casa di riposa – e in un meditabondo silenzio di tomba – da decenni e decenni. All'improvviso apre bocca e, con un colpo di teatro da grande attrice, chiede un colloquio con il tenente John Markham.

Mentre Sally si allontanava, Betty fissò con intensità la terra coperta di neve, come se sapesse con esattezza cosa c'era seppellito lì. E dove.

A modo loro, sono entrambi i pilastri della comunità: lei maestra di innumerevoli generazioni di scolari, licenziata per negligenza in seguito alla scomparsa in sincrono degli ultimi arrivati in classe; lui vecchio cowboy ormai in pensione, che non ha abbastanza pazienza per giocare a carte con l'unico nipote o per stare a sentire storie dell'orrore. 
Quello di Joseph Incardona, scrittore di mamma ginevrina e padre italiano, sembrerebbe un incastro dei più classici e consolidati: il passato che torna, e miete un'ultima vittima. A ben vedere, però, non tutto torna in un romanzo che preferisce non prendersi mai troppo sul serio: dalla psichedelica copertina lynchiana alle ambientazioni statunitensi, da qualche nome che ricorre con fare sospetto (Dolores, Carrie, un bambino inquietante chiamato Stephen) ai capitoli a singhiozzo. Meglio degnare di una seconda occhiata i personaggi, allora, che le righe le travalicano e tra le righe, a volte, si accorgono di vivere. Perché questo sbirro incartapecorito ha una figlia stripper e un linguaggio ingiurioso, per di più nel giorno della nascita di Gesù-Cristo-Nostro-Signore; la candida centenaria confinata nella camera 17 risulta razzista, bisbetica, alle prese con una brutta indigestione da purè di patate e ronzii parlanti oltre le palpebre abbassate; la vice sindaco Sarah Marcupanni manderà parzialmente all'aria i festeggiamenti per Betty – un coro di bambini sotto shock, una torta da prendere e buttare, un solenne bouquet scambiato con una corona funebre –, troppo presa a immaginare i baci umidissimi della secondina Savannah.

Quello, anche, era la vita, sfiorare il dolore e tirare diritto, senza voltarsi.

Lonely Betty ha una scrittura infarcita di informazioni e parolacce come se piovessero, politiche bisex e infermiere maggiorate, Stephen King per vicino di casa e forse dramatis persona. E' una folle fantasia erotica e metaletteraria. Un omaggio e una parodia insieme (degno della sequenza dell'Overlook Hotel nel bel mezzo del rumoroso Ready Player One) di uno scrittore, di un genere, che a pennellate leggere sa realizzare spassosi bozzetti di vita vissuta e di mystery. Sudditi del Re, all'appello: questa volta siete chiamati in causa e, vi avviso, riderete di voi e di Incardona sentendovi perfettamente a casa. Come tutti i giochi innocenti che prestano fede ai proverbi delle nonne, questo – sorprendente e dissacrante com'è – ha la saggezza di durare poco. Peccato, a conti fatti, costi un po' troppo.

Lei non ha mai sentito dire che la realtà talora supera la finzione?

I temi corretti dalla maestra Betty riportano in alto la data, anno scolastico 1958-1959, e le coordinate di una scena del crimine tinta di bianco Natale. Le lezioni di scrittura creativa suggeriscono, per imparare a scrivere, di partire da ciò che conosci bene. La realtà supera la finzione, qui, e la imita.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Bobby Vinton - Mr. Lonely

lunedì 14 maggio 2018

Recensione: Divorare il cielo, di Paolo Giordano

| Divorare il cielo, di Paolo Giordano. Einaudi, € 22, pp. 430 |

L'inizio è per definizione il punto di partenza. Meglio cominciare da lì, nel dubbio – lo stesso che accompagna i romanzi densi, incontenibili, di cui non so mai bene come parlarvi all'indomani di giorni intensi di lettura e d'amore. E comincio da un'immagine che per bellezza non fa invidia all'erotismo pieno di candore dell'ultimo Guadagnino: una villa con piscina e tre adolescenti, di notte, che fanno il bagno in una proprietà privata profanata dalla nuda sfacciataggine dei quattordici anni. Teresa, loro coetanea, li spia dalla finestra invidiando i segreti del sesso maschile e il suono che fanno le loro risate contagiose, anche alle orecchie del custode inferocito.

- Loro sono diversi. Sono cresciuti con le radici troppo corte. Prima o poi una folata di vento li strappa e li porta via.
Ma Cosimo non sapeva quello che sapevamo noi: che le piante cresciute al sicuro nei vasi, con le radici lunghe che girano tutto intorno, non si adattano alla terra. Soltanto quelle con le radici libere, estirpate giovani in inverno, ce la fanno. Come noi.

Siamo a Speziale, Brindisi, nei tardi anni Novanta. Lei è un'adolescente torinese in vacanza dalla nonna materna. Loro, cresciuti alla stregua di fratelli, sono invece i vicini che spesso sconfinano in cerca di brividi che scaccino via l'afa di agosto e il bigottismo di una coppia di genitori molto devota. Nicola, il più alto e prepotente, è loro figlio naturale; poi vengono l'efebico Tommaso e lo sfuggente Bert, orfani in affido temporaneo, che da bambini divideranno con il primogenito la magia di una casetta sul gelso e da adulti le tentazioni della carne di una ragazza chiamata Violalibera. Nel mentre, la solita Teresa viene e va. Nell'estate prima del diploma, di Secretly nel walkman e delle farfalle in pancia, perderà la verginità nel canneto con Bern: il ragazzo che scalava le grondaie (per la conquista del letto) e gli ulivi, come il Barone rampante, facendosi perno di un mondo da far girare o crollare tramite la grazia di un suo sì. Speziale sembra esistere solo nei mesi di villeggiatura, all'inizio, e al ritorno aspetta Teresa sempre uguale: dove l'aveva lasciata, come la ricordava. Di quello che accade in autunno sa solo le lettere della nonna e i romanzi gialli in prestito, le bucce dei pistacchi in giro, l'olio di una bacchiatura che c'è già stata senza di lei. Com'è però il mare della Puglia in inverno, in solitudine? 
Da un lato c'è un topo di città, una giovane donna dalla natura anfibia, che si adatta a tutto per il bisogno disperato di fare finalmente parte di qualcosa di vero. Dall'altra, un trio (si uniranno strada facendo Corinne, Giuliana, Danco) cresciuto seguendo i dettami di una rigorosa dieta vegetariana, su una tovaglia da cucina con la riproduzione dei cinque continenti: il mondo, si interrogavano, stava forse tutto su un'incerata?

Era una fantasia e non ce la confessammo nemmeno dopo, ma ero certa, come ne sono certa oggi, che la vedemmo viva davanti a noi, e identica. Perché questo succedeva tra Bern e me in quegli anni: usavamo sempre meno le parole, ma eravamo ancora capaci di riconoscere insieme il visibile e d'inventare, in un tacito accordo, anche l'invisibile.

Raccontarvi Divorare il cielo, a questo punto, mi porta qui: a una masseria occupata abusivamente, un rifugio di attivisti dalle anime perse, con un pisello propiziatorio scarabocchiato sulla facciata e nessun telefono, nessun televisore, nessuna bolletta della corrente pagata, alla faccia del capitalismo. Un orto a chilometro zero, il miele delle arnie, l'utopia hippie di Max Stirner: perché a una determinata età si ha sempre fame di tutto, e subito. Intorno, all'ombra dei veleni degli oleandri, quella terra riarsa in cui eppure fioriscono spontaneamente proteste e visite guidate, ricordi di una gioventù gloriosa e momenti di angosciante isolamento, i matrimoni felici e gli omicidi. Conosciamo i protagonisti ragazzini, li abbandoniamo ultratrentenni. Mossi da incontrastabili forze centripete, tornano a bazzicare sempre i soliti luoghi. C'è chi ci rinuncia a malincuore e chi fa il sacrificio di trasferircisi, in quella parentesi di fortuna. La polvere del tratturo custodisce le orme dei loro passi, le coordinate di un affannarsi irrequieto lungo quasi vent'anni: in cerca dell'assoluzione dall'egoismo, della benedizione di un figlio che non arriva, dell'incontaminato oltre le colonne d'Ercole di una Islanda maestra di addii perfetti.

Non era questa l'avventura che volevo, Teresa. L'avventura che volevo era con te.

Com'è l'ultimo Paolo Giordano? Nei giorni scorsi, strano ma vero, più di qualche passeggero sconosciuto mi ha rivolto la parola sui mezzi pubblici per domandarmelo: un esordiente insignito del premio Strega a ventisei anni lo si ricorda, infatti, anche a un decennio dall'esordio, anche se di rado si frequentano le librerie. Un grande romanzo? Se è un grande romanzo – ho risposto stringendo sovrappensiero la mia bozza in anteprima, l'autografo sul frontespizio – non lo sapevo, no, ma Divorare il cielo è senz'altro un romanzo grande. Quattrocento pagine corali, tante ma non troppe, difficilissime da soppesare. Di quelle necessarie, immediate, con tutto quello che dovrebbe esserci: le chimere della giovinezza, il richiamo dell'avventura per qualcuno e l'abbandono struggente per qualcun altro, l'emozione che una volta gli rimproveravo di non avere. Cuore compreso. 
Se ne resta affascinati e intimoriti, come davanti alla fame del cielo. Brilla dappertutto, azzurro abbacinante, ma qualche fotografia – qualche bocca in preda alla fame chimica, dopo un tiro d'erba – sembra contenerlo. E dappertutto sono gli amici di Teresa, che aspettavano che qualcuno come Paolo Giordano, stranco della solitudine del suo primo successo, li stringesse fortissimo nell'abbraccio di una frase vorace. 
Affinché, di loro, non restassero solo briciole.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Morgan – Altrove

venerdì 11 maggio 2018

I ♥ Telefilm: Una serie di sfortunati eventi S02, Ash Vs Evil Dead S03, UnReal S03

La sigla suggeriva di non farlo, di non guardare. Noi, affezionati lettori dei volumi targati Salani o bambini cresciuti in compagnia dei bislacchi travestimenti di Jim Carrey, abbiamo disobbedito. Guardando gli otto episodi introduttivi della serie Netflix: belli ma con riserva. Ritornando dagli orfani Baudelaire per una seconda stagione ancora. Nuove disavventure, nuova crudeltà aggiunta, nuovi antagonisti del lieto fine. Lo schema, immutato: i protagonisti scappano, vengono acciuffata, se la cavano, vengono riacciuffati ancora. Ricominciare dall'inizio, ogni volta, con altri trasferimenti, in un altro angolo della fantasia di Lemony Snicket. A onor del vero, le vicende si fanno più collegate – flashback di un passato vicino o lontano, vecchi volti che diventano personaggi ricorrenti, informazioni sulla società segreta di cui i genitori di Violet, Sunny e Klaus facevan parte. Si fanno più indipendenti dal film di quattordici anni fa, ma non da una struttura che resta purtroppo il loro più grande difetto e la loro più lampante particolarità insieme. Un collegio infernale, un grattacielo senza ascensore, un villaggio assiepato dai corvi, un ospedale in cui si è a rischio di lobotomia, un freak show con talenti da strapazzo e leoni che hanno fame di frugoletti. Insieme a loro, questa volta, la collaborazione di Isadora e Duncan, orfani parimenti disgraziati e brillanti; l'agente segreto Nathan Fillion, la bibliotecaria Sara Rue e l'irresistibile Lucy Punch, innamorata di un Patrick Harris a lungo andare, spiace ammetterlo, insopportabile; i siparietti musical e gli sprazzi horror che lo rendono, al solito, uno stilosissimo esercizio di fantasia. Tutto giusto. Tutti bravi. Tutto bello. Dividerla in un mese di visione, però, è stata una scelta necessaria, anche se non so quanto vincente. Per sopportare quella ripetitività che proprio non torna e ritmi che funzionano meglio su carta che in TV. Per non lasciare prevalare i contro, per non lasciarla, affezionato come resto alle tragedie dei tre fratelli, al fare sornione del narratore Patrick Warburton e alla tavolozza variopinta di questi intrecci rocamboleschi, a metà fra il gotico di Burton e lo zucchero filato di Anderson. (6,5)

Ci sono voluti tre film di Sam Raimi e tre stagioni con la serie TV che porta il suo nome affinché Ash Williams, non più il giovincello perso nei boschi del primo Evil Dead, fosse scagionato dal sospetto dei concittadini. Non assassino impunito ma cacciatore di demoni a tempo indeterminato, sul finire della seconda stagione rivelava l'esistenza del Male con la lettera maiuscola agli scettici e, in ritardo, veniva acclamato eroe. Per lui e i suoi aiutanti, però, non c'è pace. Il sogno di gestire un ferramenta tutto suo, infatti, dura Natale e Santo Stefano – sabotato da un'altra ondata di mostri, da svolte più o meno previste che portano davanti a un bivio (più che bivio, è un portale spalancato su un'inquietante dimensione parallela). Mentre Pablo è conteso da forze opposte e Kelly, pronta a dire sì all'amore, cede suo malgrado il corpo a un'entita primordiale, il solito Ash fa i conti con grattacapi incresciosi: la salvezza del mondo e, soprattutto, una paternità imprevista. Come può il cazzaro di sempre crescere un'adolescente che, per di più, lo detesta? Come può essere il salvatore biblico in cui un paio di eletti credono? Prima stagione che vedo lontano da casa, senza la compagnia del mio, di papà, quella di Ash Vs Evil Dead è a sorpresa anche l'ultima: la Starz ha annunciato la cancellazione il mese scorso, nel rumoreggiare amareggiato dei fan. Nonostante quel finale sospeso, che annunciava per il futuro prossimo mondi e avventure alla Mad Max, io dico poco male: la comedy horror si congeda, e si concede secchiate di sangue, morti spassosissime, personaggi sopra le righe. Onestamente, però, iniziava a farsi meno godibile, con il suo ripetere massacri e situazioni grottesche. Più che per l'addio al piccolo schermo in sé, allora, spiace per quello che potrebbe significare per il caro Bruce Campbell, da anni in cerca – senza successo – di una vita dopo Ash: gli toccano forse la tristezza del pensionamento, appese al chiodo motosega e casacca blu? Nel dubbio, non ditelo a papà: che ci si fa vecchi, che il divertimento è bello quando dura poco, che si finisce qui. (6,5)

I retroscena di un programma televisivo alla Uomini e donne. Chi corteggia chi e, alla fine, un'unica scelta da condurre in parata all'altare. Nel mentre, immancabili le manipolazioni degli autori, che da dietro le quinte non si perdono un intrigo o la migliore occasione per aizzare il fuoco. UnReal, partito anni fa su un'emittente ben poco propensa a brillare per qualità, era la commedia nera che intrigava e, zitta zitta, faceva il filo alla stagione dei premi. Protagoniste bravissime, sceneggiature affilate, risvolti malsani. L'ultima volta, per proteggersi, ci si era spinti fino all'omicidio. Shiri Appleby e Constance Zimmer, nonostante tutto ottime padrone di casa, sono ora alle prese con il senso di colpa e un'ennesima edizione di Everlasting. Fuori onda: il desiderio da parte della volubile Rachel di affrancarsi dai ricatti e di far luce su abusi di cui chiedere spiegazioni in famiglia; Quinn, sempre in cerca di pace e Emmy. Sotto i riflettori, invece, si cerca l'amore con un'unica varazione sul tema: lo scapolo stavolta è donna – femminista non così convinta, in fondo – e i corteggiatori saranno dunque ragazzoni aitanti con concezioni agli antipodi. L'idea della Lifetime, in una terza stagione strascicata e poco necessaria, sembra avere esaurito il suo potenziale. Istanze e riflessioni ammiccano spesso al caso Weinstein; i protagonisti, viziosi e insopportabili, si proteggono a vicenda le spalle. C'è poco pepe. C'è, soprattutto, poco trash. Anche in un finale apparentemente risolutivo, tarallucci e vino, in cui l'elemento di maggiore interesse è il promo, in chiusura, della quarta stagione già girata. Resisterò al richiamo della metamorfosi di Rachel, da produttrice a concorrente d'eccezione, con lei che vorrebbe cambiare disperatamente vita e io canale? (5,5)

mercoledì 9 maggio 2018

Recensione [Strega 2018]: La madre di Eva, di Silvia Ferreri

| La madre di Eva, di Silvia Ferreri. Neo Edizioni, € 15, pp. 195 |

Romanzi in sala d'attesa. Autrici che in prima persona scrivono a nome di mamme e padri, sorelle e fratelli. Il bianco asettico di un ospedale, una porta che si apre e si chiude a ritmi alterni, un meccanico andirivieni di camici, ordini e parole difficili a proposito di prognosi riservate, vite e morti. Dall'altra parte, nel letto di una stanza inaccessibile, c'è una persona che amano o hanno amato. Sotto i ferri. Ci si limita a fare ciò che andrebbe fatto nelle sale d'attesa, perciò. Si attende. Anestetizzando il senso di colpa con l'arte del ricordo. L'ansia del verdetto tormentandosi mani e testa. La madre di Eva è l'ultima di quelle signore di mezza età accasciate su una sedia, tra i muri color tristezza e un passato da rivangare assieme. Immobile a riva, come una guardiana a cui sono stati preclusi i segreti del mare aperto. Sembra la versione sbagliata di un mito cosmogonico, il suo: una figlia chiamata come la prima abitatrice del Creato che nell'Eden, per ironia della sorte, avrebbe voluto essere Adamo.

Ci siamo solo io e te. Siamo su un iceberg che si è staccato dal continente e sta andando alla deriva al centro dell'oceano. Siamo io e te, sedute una accanto all'altra senza guardarci, spalla contro spalla a cercare con la vista qualcosa in fondo verso l'infinito, ad aspettare che una delle due gridi: “Terra”. 
Ma un'altra terra, un luogo nuovo, dove tu possa finalmente essere ciò che desideri e io possa finalmente riposare.

All'inizio erano un prodromo di famiglia felice in quel di Roma. Un papà architetto che costruisce case perfette e smussa angoli per professione, una mamma insegnante di teatro: giovani, presi, mettevano in cantiere l'idea di un neonato. Femmina, avrebbero scommesso a scatola chiusa, scherzando su un ramo materno composto da sole donne, tanto inconsueto da attirare la curiosità di una laureanda in ostetricia attratta da maledizioni e anomalie genetiche. E femmina è, senza sorprese: Eva. Crescendo, però, qualcosa si guasta o forse s'aggiusta. La bambina a Halloween vuole vestirsi da vampiro, non da strega, e al suo quinto Natale chiede un pisellino in regalo. Si disegna maschio, in innocenti ma rivelatori schizzi a matita, e attira su di sé i pettegolezzi crudeli delle altre madri, le prese in giro di qualche bullo, intrufolandosi nel bagno sbagliato per fare pipì in piedi. L'arrivo dell'adolescenza – il ciclo mestruale ogni mese, un seno procace che la fa impallidire per la vergogna – accentua le problematiche e le richieste d'aiuto. La leggerezza dei genitori si affievolisce: la ragazza e le sue scenate melodrammatiche, non semplici capricci, dividono una coppia progressita ma assolutamente impreparata. Per i diciotto anni, Eva ha chiesto loro un viaggio esotico ma senza ritorno. Almeno non con il nome dell'andata, non con quel corpo per fare il check-in all'aeroporto. O così, ha decretato, o la morte.

Irreversibile è una parola da cui non si torna indietro.

Ad accompagnarla a ogni passo, una madre coraggio amata e odiata. 
Attraverso anni e anni di consulti psichiatrici, trafile burocratiche e carte false. 
Verso la clinica privata di una Serbia piena di musica, piena di riservatezza, in cui si affaccendano come in un laboratorio segreto infermiere bionde e primari con la guerra per apprendistato. L'esordiente Silvia Ferreri, finalista al Premio Strega per un romanzo di commovente intensità, utilizza un monologo classico per parlarci di un dramma inconsueto. La riassegnazione di genere: il sogno di una figlia prigioniera, il fallimento di un genitore – perché a volte sbagliano mamme che non sanno perdonarsi, sbaglia Madre Natura, e l'interno non corrisponde all'esterno.

Ho chiuso le mani sulle tue, ho guardato il tuo corpo per l'ultima volta. Così come te l'avevo fatto. Speravo bastasse. Le madri sbagliano sempre. Io evidentemente di più.

Prima l'asportazione di utero e ovaie, poi la mastectomia, infine la falloplastica. Da qualche parte c'è un'adolescente aperta come un pesce, e quanto sangue sul pavimento, quanti resti nella pattumiera. Sono necessarie una violenza indicibile e una prosa quasi primordiale per una seconda nascita a colpi di bisturi: per chiamare, e farsi chiamare, con un nome nuovo. La transessualità, infatti, è per sua stessa definizione un viaggio. Non lo si fa da soli. Una mamma combattuta fino all'ultimo tra abiezione e orgoglio è lì in caso serva una trasfusione urgente; per ricomporre con scotch e pazienza foto di famiglia strappate in coriandoli. Si alternano in disordine passato e presente, desideri e ricordi. E la voce della Ferreri, a tratti, potrebbe confondersi con quella delle colleghe che aspettano all'ospedale buone nuove. La peculiarità delle famiglie infelici a modo loro, lo sapeva bene Tolstoj, rende però incomparabile e speciale – nostro, soprattutto, in un centinaio di pagine appena – il dolore della Madre di Eva. Si smette di aspettare, così.
Dopo il calvario, la resurrezione. Garze tinte di rosso, un bozzolo di lenzuola, per l'ultimo sonno di chi si sveglierà farfalla; Alessandro.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Villagers – Nothing Arrived

lunedì 7 maggio 2018

Recensione: fiore frutto foglia fango, di Sara Baume

| fiore frutto foglia fango, di Sara Baume. NN Editore, € 18, pp. 236 |

Nella casa in cui vivo in questo momento, una taverna a mezz'ora di autobus dall'università, ho un cane. Stava lì, già parte dell'arredo, come la panca di legno davanti al tavolo della cucina, l'armadio a quattro ante in camera da letto, le mattonelle a fiori della doccia. Un dato di fatto, un elemento imprescindibile del mobilio. Non ho allergie, gli animali mi fanno più simpatia delle persone e Angel, una bastardina con il pelo dorato e il guinzaglio rosso, si gode dal primo giorno di convivenza i suoi dodici anni – non pochi, dunque – nella quieta indifferenza della sua cesta, fin troppo spaziosa per lei che è quattr'ossa. Che cane strano: un cane-gatto, dico io. Dorme, soprattutto con il cattivo tempo che strema i metereopatici, si lustra il pelo e raramente si fa sentire dal vicinato abbaiando. La mattina presto pretende solo che le si apra la porta. Ci avverte in tempo il picchiettare delle sue unghie sul pavimento. Flemmatica, forse, perché lo scorso novembre ha rischiato di non farcela: l'hanno salvata dal Tanax il miracolo del cortisone e la dialisi del tempo. Angel è un cane introverso, diffidente, femmina. A passeggio mi scordo quasi di averla accanto a me, perché non tira né si stanca; quando sono solo in casa non disturba né mi viene a cercare. Non pensavo, ma le volte in cui abbandona la sua postazione in cucina e si assenta il silenzio di quel cane non mio sa farsi sentire davvero. E allora ne sento la mancanza, sì, come se avessero portato via la panca e il divano, il guardaroba e il box doccia. Ho avuto un cane dieci anni fa. Ora ho un gatto e un altro po'. E' per questo che da gennaio mi porto appresso un rotolo di sacchetti igienici nella tasca del giubbotto, conosco il dosaggio dei suoi medicinali e ho occhi inevitabilmente lucidi davanti a romanzi che somigliano all'esordio di Sara Baume. La storia d'amicizia tra un tenero sociopatico e Unocchio, il cane orbo per metà salvato dall'abbattimento.

Dov'eri l'inverno scorso? Trovo difficile immaginare un tempo da noi vissuto in parallelo, ma separati. Adesso sei come un arto supplementare. Ora sei la mia gamba che non zoppica, e io sono l'occhio che hai perso.

Ray, cinquantasei anni, vive da solo nella casa salmone del padre – il pallore delle lampadine a basso consumo, una parrucchieria al piano terra, una città di scogliere a picco fuori – da quando il genitore è venuto a mancare. Il protagonista non ha mai fatto domande sull'assenza della madre, evita i coetanei sin dagli anni della scuola e, terrorizzato all'idea di sperimentare la cattiveria del prossimo, trascorre le giornate leggendo in una casa di cianfrusaglie e provviste. In primavera passano a trovarlo soltanto le rondini. Ray, all'improvviso, ha un problema di topi in soffitta e si accorge di aver bisogno di un piccolo cacciatore. Al canile gli danno il randagio che nessuno vuole: violento, violato, “libero come una scoreggia”. Unocchio ha paura di dormire da solo e di notte Ray sogna di vedere l'Irlanda attraverso il suo sguardo. Da lì in avanti risulterà naturale ascoltarsi, ingozzarsi, abituarsi al fumo passivo: soli, ma insieme. Anche nella fuga da un morso dato al bambino sbagliato, lontano l'uno dal sospetto altrui e l'altro dalla minaccia del collare a strozzo.

Tu non mi appartieni, Unocchio. Tu non mi appartieni e ho sbagliato a trattarti come se fossi mio. Tu appartieni alle colline ingannatrici, ai campi e ai fossi irrefrenabili, alle buche della foresta, alla linea dell'orizzonte, ai tassi. Le stagioni non mi appartengono, il mare non mi appartiene, il cielo non mi appartiene. E' mia soltanto la casa di mio padre, e anche se cambiassi tornerei a essere quello di prima.

Una copertina verde smeraldo, il titolo alla Sergio Endrigo, l'affaccendarsi delle quattro stagioni. Le gioie e i dolori della vita spiegati a un cane dagli occhi tristi, che sa già come va il mondo eppure non possiede che la conoscenza di centocinquanta parole appena. Inclinata la testa da un lato, così, Unocchio ascolta i segreti terribili e la grazia di Sarah Baume. I dialoghi rari, tanto assordanti da guadagnarsi le lettere maiuscole, e le descrizioni di chi sa identificare piante e uccelli – troppo particolareggiate se, dopo Mio assoluto amore, ci si trova davanti l'ennesimo romanzo scritto con un erbario sulla scrivania. Da che era in boccio, fiore frutto foglia fango si rafforza e prende forma; infine si secca, e secca. 
I problemi sono sorti coi primi freddi e le giornate che andavano accorciandosi. Con un vagare apparentemente senza meta, senza senso, in cui si entra in contatto con una natura onnipresente ma mai con altra anima viva. Abbondano allora flora e fauna, i soliloqui esistenzialisti, i dettagli che più affaticano, e si perde di vista il muretto di casa, la commovente bellezza delle pagini iniziali.

Ci sono storie in ogni cosa, mi disse una volta una vecchia vicina, guarda caso, che mi insegnò a cucire. Accadde quand'ero piccolissimo, troppo per capire che quasi tutte le cose non significano esattamente ciò che sembrano, che il significato è una cosa volubile. Per via di quello che aveva detto lei, con un coltello da cucina seghettato tagliai la cucitura sulla schiena del mio orsacchiotto preferito, Mr Buddy. Cercavo storie, parole maestose che rotolassero fuori e si disponessero lungo linee orizzontali come quelle nei miei libri di storia.

L'elemento on the road viaggia attravero campi inesplorati. Le provviste della strana coppia scarseggiano. Il loro inquieto girare e rigirare in tondo mette angoscia. La musicalità della scrittura, da cristallina, va pian piano incupendosi. E la favola di un'amicizia elettiva diventa altro, in un cambio di rotta che sconquassa il cuore: il dramma amaro e disperato per cui, probabilmente, non eri pronto. 
Ci sono infatti momenti giusti per accogliere un cane nella trascuratezza delle tue stanze e prendertene cura. Ci sono momenti sbagliati per leggere un apologo nerissimo che di un cane ti parla, adesso che un cane ce l'hai, lasciando tuttavia inappagato il desiderio di una storia che concili e guarisca dalla malinconia.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Imagine Dragons – Next To Me

venerdì 4 maggio 2018

Mr. Ciak: Loro 1, A Beautiful Day, The Bick Sick

Una escort contorsionista ha un suo tatuaggio sul fondoschiena: i clienti, nel momento clou, ne prendono il ghigno sornione come incentivo. Qualcuno ha salvato invece il suo nome in rubrica con un indizio a lettere maiuscole. C'è chi vorrebbe raggiungerlo con le buone, chi con le cattive. Chi vorrebbe fargli le scarpe, chi promettergli una compagnia indimenticabile. Tutto, mezzi leciti e non, pur di raggiungerlo. L'imprenditore pugliese di Scamarcio per ingraziarselo punta alle donne di malaffare più seducenti della capitale, a una villa di piaceri indicibili sulla costa sarda – su fronti paralleli, la compagna Axen si lavora l'ex ministro Bentivoglio, mentre l'inarrivabile Smutniak organizza, suggerisce, solletica. Loro, quelli che contano: un manipolo colorato di lucciole e papponi, prede e predatori, che sfila in pompa magna lungo i Fori imperiali o si sollazza in piscine pornografiche. Lui, quello di cui si parla con l'acquolina in bocca. La luce verde di Gatsby, l'estasi perfetta, l'idolo da rintracciare: Silvio Berlusconi. A sorpresa, abbastanza modesto da lasciare la coralità dei suoi viziosi cortigiani nel titolo di un paese dei balocchi spacciato per biopic. Mentre fuori ci si scatena in bagni di donne ed euforia, il Cavaliere sbircia. Entra in scena dopo un'ora. Con la Lario di un'ottima Ricci con cui ci si è ormai ridotti alla copia sbiadita di Sandra e Raimondo, un giocatore di grido tentato dalle offerte della rivale Juventus e, giacché sotto indagine, il destino a impedirgli il ritorno al potere. Il gigione Servillo tradirebbe preoccupazione, ma la sua maschera di botox nega qualsiasi espresività. Sembra eternamente ottimista perciò, eternamente bambino, in una vita in vacanza che ci mostra i goffi tentativi di conquistare una moglie che legge Saramago, la segreta tenerezza dietro la macchietta, senza però mai impigrirlo. La TV è accesa sui quiz a premi e le vallette del Bagaglino. Sesso, cocaina e denano fanno a gara con il penultimo Scorsese. Gli animali delle solite metafore scorazzano liberamente a Roma e il dolce capretto dell'incipit si schianta sulla moquette per il rigore eccessivo dell'aria condizionata – il gregge che è l'Italia, forse, in cerca a suo discapito di un posto al sole: anzi, all'ombra? Non mancano le stranezze del grottesco, le suggestioni che mescolano amore e squallore, le canzoni ad hoc e i migliori volti di casa nostra. Il Sorrentino superficiale e danzereccio che ti aspettavi: il bunga bunga al posto della Carrà, il nudo di una Madalina Ghenea sostitutito con quello di cento soubrettine, Arcore come il Vaticano. Insomma, il Sorrentino che da queste parti piace sì e no: il pregiudizio sul suo cinema preso di petto ma, per fortuna, scarso spazio alle noie autoriali, ai silenzi della sceneggiatura, all'idea sconsiderata di non andare a godere della seconda parte di questo suo dittico in forse. Una festa su invito esclusivo di cui urge confermare la partecipazione, il sì, prima di dirla degna o meno di quelle di un tale chiamato Gambardella.

Un ex marine diventato sicario viene assoldato da un senatore per salvare la figlia, ancora troppo bambina per fare la ribelle, dal malaffare. La missione, rapida ma affatto indolore, gli sfugge di mano: a rischio, più di qualche interesse politico e coloro a cui è affezionato. Siede di notte al volante come in Drive, impugna il martello insanguinato di Old Boy, ha come spalla una ragazzina sfortunata e precoce alla Léon. A intepretare Joe, giustiziere silenzioso e brutale, non sono i vari Liam Neeson o Bruce Willis che ti aspetteresti da una storia così: da hard boiled canonico, in definitiva, proprio come suona. Ti domandi cosa ci faccia allora in un cast a corto di comprimari, di antagonisti veri, un Phoenix imbolsito e letale, premiato a sorpresa ma meritatamente allo scorso Festival di Cannes. Ti domandi cosa ci faccia alla regia Lynne Ramsay, già bravissima in E ora parliamo di Kevin. A Beautiful Day, titolo scelto in Italia al posto del più evocativo You Were Never Really Here, è fatto di pochi dialoghi e tanto sangue: essenziale, secco, magistralmente diretto e musicato. Film canonico ma strano, stranissimo, che sembra non decollare mai, scegliendo una ricercata lentezza anche quando la situazione precipita – quando succede, lo fa un po' troppo frettolosamente – e delineando impensate similitudini fra l'assassino e l'adolescente. Lui, interessato ai fatti e poco alle chiacchiere, coltiva in segreto pensieri suicidi, brutti ricordi, e sa mostrarsi tenerissimo al capezzale di una mamma anziana, spaventata da Psycho alla TV. Lei, purtroppo abusata, è in cerca dell'innocenza perduta e invita lo scorsesiano Joe a fare altrettanto. A Beautiful Day suggerisce. Il loro passato traumatico, una candida complicità e perfino la violenza, spiata in una sequenza brillante nel bianco e nero delle telecamere di sorveglianza. Semplice, scontatissimo negli snodi, è però troppo indie per scendere a patti con il pulp gratuito. La Ramsay insegna, così, che a fare la differenza è cosa scrivi e cosa non scrivi; cosa mostri e cosa non mostri. In quei thriller a togliere, in cui meno è più e le belle giornate vanno celebrate con un brindisi al frappè sul sangue versato. (7-)

Lui, aspirante comico, incontra lei, aspirante psicologa. Si conoscono in un locale, guardano un horror di Romero e, inevitabilmente, finiscono a letto. La storia di una notte si rivela qualcosa di più grande. Che guaio impegnarsi, se le famiglie non approvano. Lui, pachistano destinato a un matrimonio combinato da tradizione; lei bianca come il latte e, soprattutto, di fede non islamica. L'intolleranza e le incomprensioni li separano presto, sul più bello. A farli ritrovare, una malattia autoimmune, di quelle con la lettera maiuscola: Emily, a causa di un'infezione da chiarire, finisce in coma indotto. E al suo capezzale Kumail, ormai un ex a tutti gli effetti, fa i conti con i genitori di lei, in crisi matrimoniale. E con un amore in terapia intensiva che, forse, non è mai finito. Un altro aspirante attore, un altro aspirante americano; malintesi linguistici e biologici che, assieme ai sogni in assonanza e a quell'Oriente da cui è stato presto sradicato, sembrano rendere a tratti The Big Sick la versione cinematografica e pachistana del bellissimo Master of None. Ma con meno simpatia e più giri, più chiacchiere a vuoto. Peccato, perché Kumail Nanjiani – questa, essenzialmente, è l'autobiografia delle suo nozze – ispira una sincera simpatia. Gli invadenti genitori lo vorrebbero barbuto, sposato con una ragazza straniera, americano ma non troppo. Avrei desiderato la leggerezza etnica del Mio grosso grasso matrimonio greco, a questo punto. Avrei sperato, soprattutto, che Zoe Kazan e il suo essere naturalmente adorabile facessero la differenza. Invece l'apprezzato ritorno alla regia di Michael Showalter, già autore del delizioso Hello My Name is Doris, è uno di quei film che perfetti per me lo sono soltanto in teoria. In pratica, invece: quanta insofferenza durante. Dramedy indie incerta sui toni e sulle proprie origini, The Big Sick parla di orientali e occidentali, dei falsi abbagli del multiculturialismo e del sogno (d'amore) americano. Probabilmente, perde qualcosa in fase di traduzione. E ho perso man mano interesse io, affatto meravigliato nel saperlo messo ai margini della stagione dei premi, fra strane relazioni, strane nevrosi e strane tappe. I suoi grandi e inguaribili mali? Le inconfondibili lungaggini di Judd Apatow, pesante e sgradito terzo incomodo anche quando si limita produrre come in questo caso. Le freddure gratuite della stand up comedy, che per tutto il tempo fanno domandare dove sia finita la meravigliosa Mrs. Maisel quando, al microfono, c'è bisogno di lei. (5,5)